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Matematica, economia: ecco chi ti aiuta a capirle (gratis)

A Milano c’è una scuola gratuita per gli studenti in difficoltà: 300 volontari seguono 1550 giovani. «I ragazzi non sono vasi da riempire, ma vasi da accendere» (di Rossella Verga)

«Per cinque anni ci sono venuta a studiare. Ora do lezione di diritto, economia, matematica e continuerò a farlo finché mi sarà possibile avere un pomeriggio libero. Questo posto mi ha aperto le braccia per tanto tempo e adesso vorrei ripagare dell’aiuto ricevuto dai volontari dando anch’io una mano». Omenea Zaid frequenta il primo anno in Cattolica. Viene dall’Egitto e a Portofranco ha trovato «una seconda casa». Sarebbe riduttivo dire che è un centro di aiuto allo studio. È anche questo. Ma per capire fino in fondo cosa sia Portofranco e quale ruolo abbia avuto a Milano negli ultimi 18 anni (si è appena svolta la festa di compleanno nella sede di viale Papiniano 58) occorre riportare indietro le lancette dell’orologio a una sera del novembre 2000. «Il centro è nato durante una cena tra insegnanti – ricorda Alberto Bonfanti, fondatore e attuale responsabile educativo – partendo da una provocazione di un amico sacerdote, il rettore dell’istituto Sacro Cuore don Giorgio Pontiggia. Era arrabbiato perché in un oratorio era stata aperta una discoteca e non riteneva che fosse un approccio giusto. Ci fece notare che si pensava ad aiutare i giovani nel tempo libero anziché sostenerli nei bisogni più veri. “Qual è il più grande bisogno che esprimono i ragazzi?”, si domandò. La difficoltà nello studio, nella frequenza a scuola. “Quindi cominciamo da lì”, ci esortò. E mi chiese a bruciapelo: “Albertino, te la senti di provarci?”». Se l’è sentita «Albertino», eccome.

Con un gruppo di amici insegnanti e volontari Alberto Bonfanti ha messo in piedi un progetto e l’ha presentato al Comune per ottenere uno spazio: 300 metri quadrati di una vecchia scuola a poca distanza dai Navigli. I locali sono stati ristrutturati ed è partita l’avventura. Oggi, dopo l’ampliamento del 2007, quegli spazi sono diventati 1.500 metri quadrati. Nello scorso anno scolastico a Portofranco si sono iscritti più di 1.500 studenti, di cui 400 stranieri. E sono più di 300 i volontari – fra docenti in attività e in pensione, professionisti, universitari – che si alternano nelle aule per sostenere nello studio i ragazzi delle medie superiori e che dopo ogni lezione compilano il «Diario di bordo» dello studente. Il centro offre gratuitamente aiuto nei compiti, nel recupero dei debiti, nell’approfondimento delle conoscenze. Tutti i pomeriggi dalle 15 alle 18, da settembre a metà luglio.

Ma Portofranco è anche un punto di incontro, un luogo di amicizie che non finiscono con la scuola, un riferimento contro la dispersione scolastica e il disagio giovanile e per l’integrazione fra italiani e immigrati di prima, seconda e terza generazione. «Qui l’integrazione non è mai teorizzata – segnala il presidente Emanuele Forlani – ma è vissuta. I ragazzi hanno origini diverse e anche tra i volontari c’è di tutto. Il nucleo fondante è cattolico, ma come sempre un’esperienza affascinante diventa contagiosa e così negli anni si sono unite persone con tante esperienze e convinzioni diverse». In cima alle scale c’è una grande lavagna: «I ragazzi non sono vasi da riempire ma fuochi da accendere». È scritto a caratteri cubitali con i gessetti colorati ed è la filosofia di questo posto allegro dove si viene e si va come in un porto di mare e dove c’è anche una cucina per farsi una pasta quando si arriva senza aver mangiato. Ma il «fuoco da accendere» è soprattutto quello della passione per lo studio e per la bellezza. «Durante le lezioni – dice Maria Luisa Lucca, prof di greco e latino – mi piace dare un senso anche alle frasette più semplici da tradurre. Vorrei che lo studio lasciasse una traccia. Sarebbe un peccato far passare tutta questa bellezza tra le pagine dei libri senza riconoscerla». La professoressa Lucca ha 76 anni. È volontaria a Portofranco da una decina, dopo aver chiuso la carriera nei licei: «Ma qui è diverso. Qui – osserva – ogni volta che finisci di fare lezione il ragazzo si alza e prima di andarsene ti dice “grazie mille prof”. È bello, gratificante. Nella scuola non succede. Non c’è il tempo».

Il filo rosso che lega tutto sono le relazioni e la gratuità gioca un ruolo importante. «È la nostra carta d’identità. I ragazzi – sottolinea il direttore Aurelio Rampini – vengono a fare lezione perché vogliono. C’è una spinta a incontrare l’altro, la motivazione è forte per studenti e volontari». Non è richiesta una quota di iscrizione,ma solo un’offerta volontaria. Nel porto sicuro, però, non si trova la pappa pronta. «Lo studente – precisa Franca Bonola, tra i fondatori e responsabile dei progetti – prenota le lezioni sull’app dopo aver sostenuto un colloquio d’ingresso. Noi non gli organizziamo la vita». E qui si declina anche lo scambio tra generazioni. Marco Rossi per esempio ha una formazione da manager e fa il volontario dal 2016, da quando è andato in pensione dopo una vita a occuparsi di risorse umane. Ha 66 anni, non ha mai insegnato e ora dedica un paio di pomeriggi alla settimana ai ragazzi. Li aiuta in diritto e in storia, «da sempre la mia passione».

«Ho iniziato per fare qualcosa di diverso – afferma – e sono felice di partecipare a un’opera. Venire a Portofranco è un’esperienza splendida. Ti dà la possibilità di mantenere la testa allenata, ma anche di confrontarti con ragazzi che potrebbero essere i tuoi nipoti. E poi c’è l’aspetto internazionale, culturale: sei continuamente sollecitato ad adeguare il modo di comunicare alle diverse culture che incontri. Commuove vedere tanto impegno… una volta un giovane eritreo mi ha recitato a memoria i primi tre articoli della Costituzione». Sapete da dov’è spuntato il nome? Tutti giravano attorno al concetto di incontro. «Finché l’idea vera è arrivata dal figlio della segretaria – ricorda Bonfanti – che ha suggerito “Portofranco” come un luogo libero». Come zona senza dazi da pagare o vincoli. Come crocevia di religioni, pensieri e idee. E dallo staff l’appello è corale: aspiranti volontari, cosa aspettate?

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